| STORIE
Quando a cadere non sono solo i fiocchi
di neve
C’è
una massima nota a quasi tutti i centauri, uomini e donne,
che recita: “i motociclisti si dividono in due tipi:
quelli che sono già caduti e quelli che devono ancora
cadere”.
Difficile stabilire se questa pungente constatazione voglia
essere una misera consolazione per l’ennesimo ruzzolone
o piuttosto un monito per quanti ancora non hanno saggiato
l’asfalto.
Per quanto mi riguarda, devo confessare di far parte della
prima tipologia, fortunatamente senza nessuna conseguenza
fisica.
Durante le numerose cene sociali tra motoclub e le discussioni
vivaci dei forum, mi sono spesso ritrovata ad ascoltare rapita
i racconti di mille vicissitudini: incidenti scampati per
un soffio, cicatrici mostrate con vanto da eroici reduci delle
due ruote, storie di grotteschi voli con dinamiche degne di
un circo acrobatico.
Ognuno, nel suo piccolo, pare voler esorcizzare la paura
attraverso la confessione in pubblico, virtuale o in carne
ossa (più o meno rotte) che sia, magari accompagnando
il fluire delle parole con una buona birra fresca.
Come pescatori di ritorno da un’escursione in mare
aperto, le dimensioni dell’accaduto crescono a dismisura.
Se il piccolo cefalo diventa un guizzante tonno, una sciocca
scivolata assume i contorni di una scena funambolesca in stile
Matrix, con gran gonfiarsi di petti villosi e “pavoneggiamenti”
più o meno intenzionali.
Scadendo nella banalità, gli spettatori di questi monologhi
incalzano il loro relatore con un quasi rincuorante: “…
l’importante è che tu sia qui ora a parlarne”.
Frase che spesso sortisce l’effetto opposto a quello
desiderato, il narratore non farà altro che dare ulteriore
enfasi ai suoi rocamboleschi e arzigogolati racconti.
Persino la vergogna e l’umiliazione per una stupida
caduta, causata magari da una distrazione, si camuffa in un
episodio fantozziano, destando le risa dei presenti e senza
perciò scalfire l’autorità del goffo protagonista.
Se poi a corredo delle disavventure così magistralmente
favoleggiate c’è anche la testimonianza di giubbotti
sbrindellati, piccole cicatrici e ossa ballerine, l’applauso
a scena aperta diviene quasi doveroso. Così il casco
grattugiato sull’asfalto si trasforma in un perenne
cimelio da conservare gelosamente e sfoggiare ai raduni, fra
amici che ascoltano la storiella dell’orso per l’ennesima
volta, sconosciuti che si sentono d’improvviso vicini
al reduce come fratelli e donne, con espressioni a metà
strada tra l’adorante ed il terrorizzato.
Cosa succede però se a parlare delle proprie disavventure
e cadute sono le donne?
Personalmente ho una certa reticenza a dar notizie riguardo
alle mie penose scivolate. Sono occorse in condizioni talmente
insulse e per ragioni così futili che farne un vanto
è improbabile se non addirittura controproducente.
Pertanto, se proprio non ne posso fare a meno, dovendo riferire
l’accaduto, gioco la carta della comicità anch’io.
Cerco così di strappare qualche sorriso, piuttosto
che la disapprovazione e gli amabili rimproveri del mio pubblico.
In alternativa, ridipingo il fattaccio a mo’ di lezioncina
morale. L’incidente viene quindi sapientemente caricato
di significati educativi. Il raccontare l’involontaria
tragicomica derapata sul ghiaino è in fondo un invito
ad imparare dall’esperienza altrui, un voler dire: “siate
sagge, non fate come me, occhi aperti, sicurezza e prudenza
sempre!”. Eh sì, il buon Nico Cereghini in questo
ha fatto scuola!
A differenza degli uomini, devo però ammettere di
aver raramente riscontrato un’aria spavalda nelle motocicliste
del primo tipo, ovvero quelle che sono già cadute.
Piuttosto c’è forse nelle loro parole una sorta
di serena rassegnazione… Abbiamo voluto la moto? Allora
ne accettiamo le conseguenze, anche se queste possono essere
il finire a terra per poi rialzarsi.
C’è poi un senso di par condicio ed emulazione:
i veri motociclisti cadono, allora anche noi donne in moto
cadiamo, proprio come gli uomini!
Mi permetto di aprire una parentesi di vivace attualità
e futile pettegolezzo: in fondo chi scrive è donna
anche per questo.
E’ di oggi infatti la notizia (Tgcom.it)
che il Principe Emanuele Filiberto di Savoia sia caduto in
moto in Svizzera. Il primo pensiero, parafrasando una celeberrima
telenovela della mia infanzia, è “toh, anche
i ricchi cadono!”. Sinceratami che le sue condizioni
di salute non fossero preoccupanti, mi lascio cullare dalla
fantasia, immaginando il reale rampollo raccontare alle premurose
infermiere le sue peripezie motociclistiche… “Sono
vovinato sul fondo viscido, c’eva un ghiaino sottile
come manciate di caviale fvesco. Mi stavo appunto vecando
in ufficio a Ginevva quando impvovvisamente la mia moto ha
pevso adevenza sull’asfalto. La stvada era tutta umidiccia
dopo i fovti tempovali dicembvini…” Chissà
se il principe è anche appassionato di pesca…
“Savdine gvosse come cavpe giganti!”
Scherzi a parte, non me ne voglia il delfino ammaccato al
quale vanno i miei auguri di pronta guarigione, ciò
che veramente ci distingue, a mio avviso, è la profonda
umiltà che accompagna il nostro risollevarci e la riappacificazione
con il mezzo a due ruote che ci ha forse tradito in un istante
fatale. Un processo molto lento questo, ritornare in sintonia
con la moto, che da’ luogo ad un’attenta e spietata
introspezione, un bilancio delle proprie competenze o incompetenze,
stilato in modo spesso spietato.
Posso affermare di aver sentito dire da molti uomini “…
dopo l’incidente sono risalito in moto per poi venderla
mio malgrado” quando le donne spesso, stringendosi in
un affiatato gineceo, si sostengono, si aiutano e si consolano.
Per riprendere in questo modo il controllo su loro stesse
e far rinascere la passione per la moto dalle ceneri di un
incidente.
Molto più facile perciò assistere ad una donna
che, senza boria e con disarmante sincerità, ammette
sì di aver saggiato l’asfalto, ma di non poter
certamente vivere senza il gusto per la moto!
A proposito… quant’era grande quel cefalo?
Mimì
A proposito di cadute, quelle serie pero',
facciamo i nostri migliori auguri a Guido Meda
(v. Motonline)
|