| STORIE
Apologia del fermone
Sono
una fermona, ebbene sì, e ho una moto piccolina: un
350, da turismo per di più.
Embè? A me piace proprio così.
Il rapporto con la moto non è di dominio, ma di reciproca
e soddisfacente collaborazione. Lei ha il suo caratterino,
e io la rispetto. Lei conosce il mio stile di guida, e mi
viene incontro. Ci parliamo, anche.
Ci piace viaggiare e scartare le auto, ma di fronte a una
strada aperta non ci si mette a correre. La trentacinque GT
ha 4 marce molto corte e l'ultima lunghissima: dai 70 all'ora
fino ai 145 cambiare non è più necessario. Si
agisce solo sull'acceleratore. Fino ai 90-100 all'ora la moto
risponde alla manetta con facilità; per andare di più,
devi ruotare molto il polso e dare gas con forza. E' come
se la piccola mi dicesse: questa è la mia andatura
preferita, se non ti piace, dacci dentro di più. E
io non lo faccio, quasi mai.
Perché proprio a quell'andatura la mia attenzione
è ancora libera.
Non sono concentrata solo sulla strada, posso guardare oltre,
salutare la gente, osservare i particolari, crearmi la mappa
di ciò che mi circonda: i distributori più economici,
per esempio. Se tiro, allora i riflessi devono essere più
pronti e c'è solo la strada, gli
ostacoli per terra, i ciclisti e i pedoni, le macchine che
"non ti vedono" ed escono dallo stop con troppa
foga.
Non mi ingarello mai. Neanche alla guzzina piace granché,
ci è davvero poco portata: troppo placida, quasi pigra;
lei si offende soltanto se maltratti la frizione. In questo
è come me: non le interessano né gare né
paragoni, fa da sé il proprio ritmo.
A volte sulla strada si incontrano altre moto o scooter,
e si fa qualche chilometro in compagnia. Poi le strade si
dividono: un saluto veloce, e via. Ma è la guida solitaria
quella che dà maggiore soddisfazione: perché
quello a cui aspiriamo non è più velocità,
ma è
l'armonia perfetta tra due corpi imperfetti: un essere umano
e la sua moto.
Cristiana
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