| STORIE
UN
PASS PER LA FELICITA'
La
mia immagine riflessa nella porta a vetri di un hotel che
si apre mentre trotto verso la reception a ritirare i nostri
badge. L'emozione che sale ed un sorriso ebete che mi si stampa
in faccia mentre mi sistemo addosso il cartellino da punzonare.
La voce di uno speaker, poi intravedere le schiene di mastodontici
tir colorati che riposano come mandrie di dinosauri.
Le bandiere, i rombi dei motori, gli stand di team e sponsor.
I box come alveari operosi e
frenetici. Ragazzine truccate, infilate in improbabili tute
di lycra sgargiante, sorrisi forzati come i loro piedi in
stivali dai tacchi vertiginosi. Riconoscere gli altri ospiti
del paddock, sentirsi parte di un mondo che si raccoglie attorno
al palco, insieme ai piloti. Meccanici come superstar che
per tre giorni sorridono impacciati davanti all'obiettivo
dei curiosi. Magliette con i colori delle squadre che girano
tra i tendoni dell'hospitality. Volti concentrati sui monitor
sparsi ovunque. Odore di pneumatici, benzina, panini unti
e patatine fritte. Il pass che oscilla ad ogni movimento e
segna il nostro vagare curioso ed eccitato. Entrare nel passaggio
sotterraneo come gladiatori, col pensiero che sulle nostre
teste qualche metro più in alto, in superficie, sfrecciano
moto a velocità pazzesche. Usciti alla luce del sole,
salire in tribuna centrale ed abbracciare con lo sguardo il
rettilineo del traguardo, la Rivazza, la variante, i box.
Bancarelle stipate di magliette, cappellini, portachiavi e
persino gli slip dei piloti. Bambini che sventolano i poster
dei loro beniamini e ragazzoni inglesi attorniati di lattine
di birra che ronfano cullati dal rumore dei motori. Vecchi
motociclisti con lunghi capelli bianchi che spuntano dai cappellini,
inguainati in tute di pelle panciute per via delle troppe
birre ingurgitate. Mi sporgo sul muretto, mi aggrappo alla
rete di recinzione e inspiro per poi osservare in apnea i
bolidi che mi
passano davanti come proiettili. La variante è ipnotica.
Le moto sfilano una dietro l'altra, si
piegano in cerca dell'asfalto e si rialzano come gambe di
ballerine in un musical anni '50, con la cadenza di un metronomo.
Tic, tac, tic, tac. Una grazia che è strano pensare
si sposi con la potenza. Invece, le lancette di questo metronomo
su due ruote si inclinano, danzano, si stendono in orizzontale
in traiettorie al limite della gravità. Fiamme dagli
scarichi, cordoli che portano le moto a irretirsi come stupendi
cavalli selvaggi. Staccate all’ultimo metro utile prima
della curva, punte dei piedi che si muovono veloci sulle pedane
in un crescendo di marce, ruote anteriori che si staccano
dall'asfalto per mordere l'aria alla ricerca esasperata di
qualche
millesimo di secondo in più. Lo speaker urla in uno
spasimo di agitazione: l'ultimo giro per questa gara volge
al termine, la bandiera a scacchi sventola, i piloti terminano
il loro giro finale e danno, ancora e ancora, spettacolo.
Saltello giù dalla gradinata per avvicinarmi alla pista
il più possibile. Burn out, stoppies, impennate infinite.
Il mio volto si apre in un sorriso che non riesco a trattenere,
il pilota si ferma vicino alla tribuna, alza il braccio ed
io, come un'idiota, convinta che il suo saluto sia solo per
me, ricambio. Le ciglia fanno da filo spinato alle lacrime
di gioia. Mi trattengo e consulto con lo sguardo i miei vicini,
accalcati al muretto, per capire se anche loro sono emozionati
quanto me. Mi giro poi verso i posti a sedere, in alto, e
tra la folla riconosco i volti dei miei compagni d'avventura.
Sto ancora sorridendo mentre torno a respirare normalmente.
Risalgo a gran passi le scalinate. Mi tuffo in un abbraccio
che sa di cotone pulito, cuore che batte, una carezza appena
accennata mentre intorno a noi è confusione, tensione,
sfida, rumore, eccitazione, delusione all'ultimo millesimo
o trionfo totale.
Stamattina guardo il pass, un quadrato di plastica: la chiave
di accesso a emozioni uniche.
Mimijoy
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